Maddalena é una misteriosa fanciulla, vissuta nel 1600, sotto il regno delcattolicissimo Filippo II. Mostro, lo dice il nome stesso, è una creatura orripilante, mezza scimmia e mezza topo, che si aggira, ai giorni nostri, nella linea rossa della metropolitana di Milano. Entrambi porteranno alle estreme conseguenze, ciascuno a modo proprio, il loro difficile rapporto con la giustizia umana e i pregiudizi della gente. Due storie, a tutta prima, lontane nello spazio e nel tempo ma che si riveleranno destinate a inseguirsi fino alla fine del mondo. (...) Prefazione - di Davide Franzini
Sinceramente,questa storia mi ha colpito tanto la prima volta che l'ho letta...mi ha fatto venire i brividi... I miei complimenti a Marco Caudullo! Ho pensato che pubblicare tutta la storia di una volta,per voi sia un pò palloso,però non posso spezzettarla,perchè non ne capireste il senso... vedrete che ne vale la pena leggere tutto fino alla fine...Spero la storia piaccia anche a voi che leggete queste mie righe...e fatemi sapere,che ne pensate! ^^


Anno 1608
Maddalena si svegliò urlando: aveva sognato ancora una volta il rogo.
Erano trascorsi quasi vent’anni dal pomeriggio in cui Rosa, sua madre, venne bruciata.
Quell’incubo era maledettamente dettagliato: c’era la piazza gremita, l’odore di legno bruciato, i capelli che si accendevano, la faccia rossa e sofferente, il fumo e le urla. C’erano le donne del paese che incitavano e i loro mariti indifferenti. Quegli stessi mariti che più d’una volta avevano cercato il calore del suo corpo, avevano goduto dei suoi seni e le erano venuti tra le cosce.
Rosa era una prostituta, sì, ma non una strega. La cui unica colpa fu quella di aver preso le difese di quella piccola creatura, venuta fuori dal suo utero e partorita in solitudine, senza il conforto di un uomo, né il favore delle stelle. Così almeno disse Pepa, la chiromante del quartiere, il giorno in cui nacque.
Rosa stessa era convinta che il seme di Maddalena non fosse umano, ma demoniaco, per questo non cercò mai il padre: considerava quella bambina come la punizione per la sua vita peccaminosa.
Capì subito che Maddalena non era una bambina come le altre: neonata, aveva già l’espressione di una vecchia, e troppo spesso cascavano per terra oggetti senza alcuna ragione.
“Pepa ho sognato ancora la mamma e il rogo. Perché?”.
“Maddalena, tesoro mio, a una persona qualunque direi di non farci caso. La mente gioca strani scherzi. Ma tu… tu sei diversa. Negli ultimi anni i tuoi poteri sono molto cresciuti, anche se ancora non riesci a padroneggiarli, vengono fuori quasi in maniera inaspettata così come le formule del libro degli incantesimi. Tuttavia credo che ci sia dell’altro in te: potresti avere anche il dono della veggenza”.
“Ma io vedo al passato!”.
“Bimba mia, non sempre passato e futuro sono cose distinte”, disse Pepa con aria preoccupata. Poi fece un sospiro e aggiunse: “Adesso però va a prepararti che Ignazio ti aspetta al mercato”.
Maddalena, dopo la morte della madre, era stata cresciuta da Pepa e aiutata economicamente da Ignazio, un vecchio amico di famiglia che aveva una piccola bancarella di pesce fresco giù al porto. In cambio la ragazza ogni giorno andava a dargli una mano.
La ragazza fece la strada a passo lento, assaporando il primo sole primaverile della stagione. La bella giornata la mise di buon umore, facendole scordare la brutta notte e le solite occhiatacce che i passanti le lanciavano.
A quelle comunque, con il tempo, si era anche abituata. Del resto, non poteva fare altro, lei, figlia di una prostituta, morta sul rogo per stregoneria e senza padre. Poteva solo sopportare il peso delle dicerie e farsene carico insieme al senso di colpa: Maddalena infatti sospettava di essere la causa della morte della madre, anche se nessuno gliel’aveva mai voluto dire. Sapeva che tutto aveva avuto a che fare con i poteri con cui era nata, che Rosa chiamava il dono, ma che per lei erano solo una maledizione.
Anno 2008
Gli occhi del mostro sono grandi e bianchi. Risplendono nel buio dei cunicoli della metropolitana. Molte persone lo hanno visto e questo è un male, per lui: presto entreranno dentro armati fino ai denti. Sotto il suolo di Milano, rintanato tra Sesto Rondò e Sesto Marelli, il mostro si nasconde rannicchiato in una cavità del muro, domandandosi se quello non sia già l’inferno. Un ratto gli passa accanto, ha il pelo folto e nero, e… assomiglia al suo!
Maledice il momento in cui ha deciso di uscire dal suo buco per cercare del cibo.
Sa che adesso è nei guai: lo troveranno, è solo questione di tempo. Scandaglieranno ogni angolo, ogni anfratto più oscuro, fino a stanarlo, per poter dare la notizia in pasto ai giornalisti.
Da alcune ore non sente più rumori e sa cosa vuol dire: è tutto fermo, devono aver evacuato la zona. È indeciso se restare fermo o se avanzare, finché è in tempo, fino a Loreto e provare a uscire dalla linea verde.
Nel buio della metropolitana capire la differenza tra giorno e notte diventa difficile. Con il tempo ha imparato a calcolare l’orario in base a quello dei treni, ma adesso che è tutto fermo, la cosa diventa ardua.
Lascia passare del tempo, poi decide di mettersi in cammino. Avanza spedito nell’oscurità, fermandosi solamente davanti agli slarghi delle fermate dove, a causa dell’illuminazione, deve essere prudente. A Villa San Giovanni è tutto chiuso, solo un barbone, che evidentemente nella confusione generale è riuscito a restare dentro, dorme tranquillo disteso tra pozzanghere di piscio e il sudiciume generale. La tentazione di usarlo come cena è forte, ma continua la sua fuga, sperando che non gli abbiano teso una trappola più avanti.
La distanza è parecchia per un uomo, ma lui non lo è più, e le sue gambe robuste coprono alla svelta la distanza tra le fermate sotto viale Monza, fino a Pasteur. Lì si ferma, non può più permettersi di correre: deve fare più attenzione. Fra qualche chilometro c’è la fermata di Loreto. Il passo si fa lento, cammina con circospezione.
Ancora un ratto gli passa accanto e lui istintivamente lo afferra. Con le sue grosse mani pelose lo schiaccia fino a farne restare appena una poltiglia rossastra, che poi scaglia contro un muro.
Scusa fratello di fogna.
Anno 1608
Quel giorno c’era più confusione del solito al mercato. Girava voce che Alfonso fosse tornato in città insieme a un piccolo gruppo di soldati. Erano in missione per Filippo II e il loro comandante aveva pensato di riposarsi nella sua città natale. Al mercato ci fu molto lavoro e Maddalena ne uscì stremata. Si era pure fatto tardi e la strada del ritorno, in salita, sembrava ancora più lunga. Inoltre era accaldata, il viso, solitamente lattiginoso, aveva preso un insolito colorito rosa, le lentiggini brillavano come stelle.
Sentì il rumore di un cavallo al galoppo alle sue spalle e si voltò a guardare. Un soldato avanzava spedito nella sua direzione, vedendola si fermò e tornò indietro.
“Cosa fa una ragazza così graziosa, tutta sola?”, chiese l’uomo.
Maddalena fece finta di non sentire e riprese a camminare.
“Ehi, sto parlando con te!”, continuò, mentre la ragazza proseguiva per la sua strada.
“Sono un ufficiale dell’esercito del Re! Voltati o saranno guai!”.
“Mi perdoni signore, ho fretta. I miei genitori si preoccuperanno per me”, disse, sperando di cavarsela con quella piccola bugia.
L’uomo scese, la afferrò per un braccio. “Non lo sai che è reato offendere un ufficiale?”, disse guardandola negli occhi sprezzante. “Sono stanco e non tocco una donna da mesi. Non vorrai mica lasciarmi all’asciutto?”.
Anno 2008
Un capannello di persone si accalca ai bordi di uno degli ingressi della stazione di Sesto Rondò. Ci sono poliziotti, carabinieri, giornalisti, telecamere e una folla di spettatori.
Gli uomini del telegiornale cercano disperatamente testimoni oculari da intervistare.
Nessuno sembra aver capito davvero cosa sia successo. Mille telefonini squillano formando nell’aria una strampalata orchestra.
“Avete trovato qualcuno?”. “No”, risponde una voce affannata, “qua sembra che nessuno abbia visto niente!”.
“Ma cristo santo, qualcuno deve avere visto!”.
“Gira voce che i primi testimoni siano stati prelevati dalle forze dell’ordine, quindi…”.
“Non mi frega un cazzo! Trovate qualcuno o inventatevelo. Dobbiamo avere qualcosa per l’edizione delle ventuno!”.
Poi dal mucchio si agita la mano di una donna.
“Mio figlio! Mio figlio l’ha visto!”.
La donna si dimena tra la folla con il suo trofeo stretto nella mano destra: un bambino di appena undici anni con le guance rosse dal freddo e lo sguardo corrucciato.
Un giornalista riesce ad accaparrarseli e subito, tra l’invidia dei colleghi, li porta al riparo per cominciare l’intervista.
“Ecco a voi un bambino che ha visto il mostro! Dicci, com’è fatto?”.
“Uhm…”, il bambino alza gli occhi al cielo per pensare. “Vediamo, era… era nero!”.
“E poi? Cos’altro puoi dire ai nostri telespettatori?”.
“Uhm… Era peloso. Sembrava mamma quando mette la pelliccia!”.
La madre fa una risata isterica, come a dire: ma quanto è sveglio mio figlio!
“E hai avuto molta paura?”.
“Oh, io no! Sembrava che fosse lui ad avere paura… Cioè, era tranquillo, poi tutti si sono messi a urlare ed è scappato!”.
Il giornalista si rivolge verso la telecamera, “Avete sentito che coraggio questo bambino!”, poi torna a parlare con lui, “Eppure dicono che si sia mangiato un uomo”.
“Ma forse aveva fame! Perché non provate a lasciargli dei biscotti e una ciotola di latte? Magari smette di mangiarsi la gente”.
Un uomo fa ampi gesti che il collegamento è stato interrotto: incombe la diretta per la partita di calcio. Il giornalista saluta e si dilegua. La mamma non fa in tempo a chiedere la videocassetta.
Anno 1608
Maddalena cercò di liberarsi dalla stretta di quell’uomo, non più in giovane età, ma forte. Aveva lo sguardo cattivo e gli mancava un orecchio, cosa che alla povera ragazza incuteva ancora più ribrezzo. Con violenza venne strattonata verso gli alberi ai bordi della strada e, lì tra schiaffi e strattoni, fu costretta a placare le sue voglie. Al calare delle tenebre, l’uomo riprese il cavallo e se ne andò.
Maddalena piangeva piegata sull’erba e malediva il mondo e le sue creature, che solo torture le avevano saputo dare nella sua giovane vita. Strinse un cespuglio d’erba nel suo pugno come se questo potesse trasmettere a quei verdi fili tutta la tristezza, la vergogna e il dolore. Stringeva forte Maddalena, mentre le stelle brillavano luminose e una luna piena come un tuorlo d’uovo la illuminava. Un grido silenzioso in lei reclamava vendetta. Poi la tensione si scaricò in stanchezza e la ragazza cadde in un sonno profondo. E sognò.
Nel sogno una bambina con un volto da adulta e i capelli rossi, guardava spaventata Rosa mentre un ragazzo le sputava addosso parole.
“Non mi puoi rifiutare, sei solo una puttana!”.
“Vattene via Alfonso, questa non è serata, e poi sei ubriaco. Vai via che spaventi la bambina!”.
“Non me ne importa nulla di quella bastarda! Dammi quello che voglio o saranno guai…”.
Le mise una mano in faccia e con l’altra tentò di sollevarle la gonna, ma la donna lo respinse con un calcio. L’uomo le diede uno schiaffo in piena faccia facendola cadere. Le si avvicinò con sguardo minaccioso quando un coltello, che fino a un attimo prima era fermo su un tavolo, andò a tranciargli secco un orecchio. Adesso era Alfonso che strillava come una femmina.
“Strega!”, e si guardava l’orecchio che adesso teneva in mano. “Quella bambina è il diavolo! Brutta puttana, hai partorito un mostro!”.
“No! Sono io il mostro. Sono io che ho fatto un sortilegio. Adesso vattene se non vuoi che ti uccida!”, rispose lei con le lacrime agli occhi, sapendo già come sarebbe finita.
“Sai questo cosa significa, vero? Sai in che rapporti sono con il tribunale? Mi vendicherò. E per te sarà la fine”.
Rosa gli urlò ancora di andare, raccolse il poco coraggio che le restava e lo minacciò: “Vattene per Dio, o il prossimo colpo sarà ai testicoli”.
L’uomo quindi fuggì.
Poi il sogno tornò al rogo. Ma stavolta un nuovo particolare arricchì le immagini. L’uomo dell’aggressione, con l’orecchio mozzato, osservava lo spettacolo in prima fila. Il suo sguardo era pieno di odio e un ghigno ne mostrava la soddisfazione.
Maddalena avrebbe preferito non svegliarsi mai più. La luna era ancora alta sopra di lei e sembrava guardarla con pietà: Maddalena aveva capito.
Tornò lentamente verso casa dove trovò Pepa ancora sveglia per l’apprensione. Quando le venne incontro per abbracciarla, Maddalena la guardò scura in volto.
“Tu sapevi, non è vero?”.
“Cosa… bimba mia?”.
“Che mia madre è morta a causa mia. Per proteggermi”.
“Come l’hai scoperto?”.
“L’ho sognato”.
Pepa abbassò lo sguardo e butto fuori l’aria.
“È stata tua madre a farmelo giurare. Poi mi ha chiesto di occuparmi di te. Io ero l’unica a sapere dei tuoi poteri, ed ero la sola a poterti aiutare a svilupparli crescendo”.
“Ho scoperto anche chi è stato a fare la spia al tribunale...”.
“Cosa dici Maddalena?”.
“Lasciami perdere, è meglio che tu non ne sappia niente”.
Maddalena andò verso un vecchio baule nascosto in una cavità del pavimento e tirò fuori il libro di stregoneria.
“Cosa vuoi fare con quello?”.
“Ti ho detto di non immischiarti. Fino a oggi mi sono solo allenata, adesso cercherò di mettere in pratica. È arrivata l’ora di vendicarmi, per mia madre”, poi sotto voce, “e per me!”.
Anno 2008
Il tenente Augusto Barzaghi studia la mappa della metropolitana con estrema precisione. Non si può permettere di perdere tempo, sono già trascorse troppe ore dall’avvistamento del mostro. Ma non bisogna perdere la calma, si deve ragionare.
Barzaghi è abituato a riflettere. Ha vent’anni di esperienza nell’Esercito Italiano, e nessun dannatissimo mostro può fermare la sua carriera. Anzi, il mostro dovrà essere il suo trampolino.
Non sarebbe stata un’impresa difficile, anche se gli uomini che gli hanno concesso non sono quanti sperava, appena una ventina.
Sesto Rondò… Bisogna accerchiarlo!, pensa, poi fa la sua prima mossa.
“Sergente Rizzo, prenda tre uomini e si apposti nei pressi del capolinea a Sesto”.
Lo stesso ordine si ripete per altri due sottoposti, spediti a presidiare le stazioni di Centrale e Lambrate. Dai suoi calcoli, in quel tempo, non può essere arrivato oltre, anche se i suoi calcoli sono fatti considerando gambe e muscoli umani.
Chiama a sé i restanti uomini. “Noi andiamo a Loreto. Da lì ci addentreremo nel percorso della metropolitana, procedendo verso il luogo dell’avvistamento”.
Gli otto soldati, scelti da Barzaghi, avanzano nell’oscurità del tunnel alla ricerca di un nemico mai visto, né immaginato prima d’ora. Il tenente è con loro e li guida alla testa del gruppo: cosa può fare mai contro di loro quel grosso scimpanzé?
Un ratto sfiora il soldato in fondo alla fila che subito impugna il mitra e prende la mira. Tutti si voltano spaventati, poi lui fa cenno con le mani larghe di aver preso un abbaglio.
“Tenente, perché non accendiamo una torcia?”.
“Per adesso è meglio di no. Cercheremo di coglierlo di sorpresa”.
“Ma se lui vive qua sotto, sarà sicuramente abituato all’oscurità”.
“Chi è che prende le decisioni, Ferretti?”.
“Lei signor tenente!”.
Il soldato si riallinea agli altri e Barzaghi fa una smorfia di disappunto con il labbro. Non gli piace essere contraddetto e del resto odia pure avere torto. L’avrebbero presa quella bestia, al buio o con la luce.
All’improvviso un urlo sommesso arriva dalle retrovie. Barzaghi accende la torcia: il mostro si trova dietro di loro e tiene prigioniero un soldato afferrandolo da dietro e premendogli la grossa mano animalesca sul volto. Subito gli altri sette gli puntano le armi contro.
Barzaghi cerca di pensare, ma la figura che si è presentata loro lo annichilisce: è una specie di gorilla dal folto pelo nero, alto più di due metri, con la coda e il capo simili a un grosso ratto.
Il mostro fa qualche passo indietro, frapponendo sempre fra lui e la linea di tiro il corpo dell’ostaggio.
Il tenente prende la radio e, bisbigliando, chiede che una pattuglia di rinforzi arrivi a sbarrare la strada dall’altro lato. Poi avanza con cautela con il mitra abbassato.
“Mi capisci?”, ripete un paio di volte, senza ottenere risposta.
Barzaghi tiene adesso il mitra ben saldo ma non lo punta. Mentre lui avanza il mostro indietreggia, trascinandosi l’ostaggio. Un artiglio affonda nella guancia dell’ostaggio, lacerandola. Guardandoli entrambi in viso non si saprebbe dire chi è dei due a essere più terrorizzato, eppure negli occhi del mostro c’è qualcosa che il tenente conosce.
Il tenente tenta di prendere tempo, ma non riesce a comunicare in nessuna maniera, così, passo dopo passo, la truppa prosegue la marcia a ritroso. Le luci della stazione adesso cominciano a vedersi in lontananza. Barzaghi potrebbe sperare nei rinforzi ma, anche se arrivassero, quella non sarebbe una vittoria tutta sua.
Alza il tiro del mitra verso il volto del mostro.
“Dividetevi in due gruppi e andategli addosso. Sarà costretto a lasciare la presa per un attimo! Tenetevi quanto più radenti al muro vi è possibile”.
“Ma...”.
“Niente ma soldato!”.
I soldati eseguono l’ordine e tentano un assalto laterale. Il mostro emette suoni assordanti, afferra la testa dell’ostaggio e gli spezza l’osso del collo. Poi getta quel manichino penzolante verso i soldati e tenta la fuga. Il tenente finalmente ha la visuale libera: una sventagliata di proiettili colpisce la schiena del mostro, che corre ancora per qualche altro passo prima di crollare a terra, agonizzante, ma non morto.
I soldati corrono verso il corpo senza vita del loro compagno, mentre Barzaghi si dirige verso il mostro per finirlo. Quando se lo trova davanti è impressionato. Il mostro è ormai quasi andato, eppure al tenente sembra che rida, quasi a sbeffeggiarlo.
“Che cazzo hai da ridere, brutta bestia pelosa?”.
Poi preme ancora il grilletto e lo finisce.
Quella notte il tenente Barzaghi si sveglia presto per l’angoscia. Per cosa? Si domanda. Ha un morto sulla coscienza, è vero, ma questo non è mai stato un problema per lui. Un soldato prima di tutto deve prendere delle decisioni. Ma allora cos’è? Ripensa a quel ghigno. E agli occhi, gli occhi del mostro.
È sudato, un calore improvviso si è impossessato di lui…
Anno 1608
Alfonso si svegliò di soprassalto. Aveva la gola secca e il letto sembrava essere diventato d’un tratto piccolo. Cercò di prendere la candela dal mobile accanto al letto, ma nel farlo fece cascare tutto per terra.
Un calore improvviso si era impossessato di lui. Si mise una mano sulla fronte per asciugare il sudore, e trasalì nel sentirsi addosso un tocco vellutato ed estraneo come di una soffice pelliccia. Si alzò e, barcollando, si trascinò nell’altra stanza.
Lanciò un urlo di terrore e i battiti accelerarono, come se il cuore dovesse esplodergli da un momento all’altro. Il bagliore della luna che penetrava dalla finestra lasciava trasparire solo due occhi terrorizzati che lo fissavano dall’altra parte dello specchio: due occhi appartenenti a una creatura nera e mostruosa. Dietro di lei una donna, con i capelli vivi come una medusa, lievitava leggera e sorrideva.
“Un mostro. Questo sei adesso. Anche se per me lo sei sempre stato”. Fece una pausa e poi riprese, “Quanti mostri hai fatto morire sul rogo? Dieci? Cento? Adesso toccherà a te stare attento. Cosa dirai al tuo carnefice quando ti cercheranno per abbatterti?”.
Alfonso cercò di rispondere, ma dalla sua bocca uscivano solo mugugni incomprensibili.
“Questa sarà la tua punizione. Tua e di tutti voi, uomini giusti!”. Sorrise. “Qualcuno ti ucciderà perché sei una bestia. E quel qualcuno la mattina dopo si sveglierà come te. E qualcuno lo ucciderà a sua volta, e così ancora la maledizione si ripeterà. Per tutti i secoli, fino alla fine del mondo.